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Il ciclismo, il Giro

nell'Italia del dopoguerra

Il dualismo fra Bartali e Coppi 

di Leonardo Arrighi 

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 Gino Bartali e Papa Pio XII, al termine
del Giro d’Italia del 1950

L’essenza del Giro d’Italia è difficilmente racchiudibile in schemi e categorie preordinati; proprio perché si manifesta come una commistione di imprese tese a sfidare i limiti umani, di sentimentalismi nazional-popolari, di riflessioni colte, storiche e sociali.Sì, il Giro è, ma soprattutto è stato tutto questo. Infatti non si può non tenere conto della sua evoluzione, in particolare farò riferimento al periodo post-bellico (II Guerra Mondiale).

 
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  Fausto Coppi e Gino Bartali all’arrivo
 
Nel dopoguerra le dinamiche del Giro sono ormai attestate sulla rivalità Bartali-Coppi, che trova vari punti di contatto con la situazione dell’Italia da poco uscita dal conflitto. Anche la nazione è divisa: in politica tra lo scudo crociato e la bandiera rossa, tra i filomonarchici e i filorepubblicani;nella vita tra ricchi e poveri, tra borghesia e classe operaia. Molti ambiti nazionali sono percorsi da dualismi, fortemente polarizzati ed anche lo sport, in particolare il ciclismo, non è esente da questa tendenza. Alla fine della guerra le redazioni dei giornali avevano subito allontanamenti o sospensioni di grandi giornalisti.
 
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  Fausto Coppi e Gino Bartali al Giro d’Italia 1949
 
Per esempio al «Corriere della sera» erano stati colpiti Emilio De Martino, che al Corriere aveva portato per primo la pagina sportiva in un quotidiano di informazione, e Orio Vergani, che oltre alle critiche teatrali e agli elzeviri, aveva seguito Giro e Tour fin dalla fine degli anni Venti. Nel 1947 e nel 1948 il Corriere affidò ad Indro Montanelli i servizi sul Giro con il chiaro intento di raccontare ai lettori sia i fatti della corsa, ma anche proporre una accurata descrizione di una nazione che dalle tragedie e dalle rovine della guerra si stava impegnando per rinascere. Montanelli, a differenza dei cronisti dei quotidiani sportivi, si sofferma sugli umori della gente e dei corridori, sui problemi dell’Italia che attraversa (l’ordine d’arrivo e la classifica generale vengono aggiunti in redazione, come per Buzzati). Bartali e Coppi e più in generale tutta la carovana esercitano un grande fascino e coinvolgono in modo straordinario le persone, di qualsiasi sesso, età ed estrazione sociale.
 
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Gino Bartali e Fausto Coppi fotografati sulla vespa all’Arena
di Milano a fine anni Quaranta
  
Nell’immediato dopoguerra è evidente l’interesse per la manifestazione sportiva, analizzata nelle sue valenze più intime e non direttamente connesse con la tensione agonistica fine a se stessa.Infatti risulta molto complicato, dal nostro contemporaneo punto di vista, osservare il Giro in una dimensione che non sia primariamente quella dettata dai freddi risultati. In quel periodo era ritenuto di primaria importanza un’accurata analisi dell’evento sportivo in tutte le sue sfaccettature.
 
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  Fausto Coppi e Gino Bartali, sul Piccolo San Bernardo,
durante la XVII tappa del Tour de France 1949
 
Nel 1946, quando l’Italia era ancora fortemente segnata dai drammatici eventi bellici,nacque a Milano una idea folle e temeraria: far rinascere il Giro d’Italia che non si correva dal 1940,da quando Mussolini, il 10 giugno, dal balcone romano di Piazza Venezia aveva annunciato,l’entrata in guerra dell’Italia (la corsa era finita il giorno prima e l’aveva vinta il giovane Coppi battendo il suo capitano Bartali). La «Gazzetta dello Sport» era tornata in edicola nel luglio del 1945, la redazione era ridotta a pochi componenti, due uomini concepirono l’idea di far rinascere il Giro: il direttore Bruno Roghi, un letterato di grande cultura, e il patron della corsa Armando Cougnet.Indispensabili furono anche Guido Giardini, rinomato specialista di ciclismo, e Giorgio Fattori, giovane destinato ad una prestigiosa carriera giornalistica. Fu incredibile come il semplice annuncio del ritorno del Giro promosse un vero e proprio miracolo italiano: le strade della Penisola riemergevano dal disastro e testimoniavano la rinascita. Da un esempio di questo tipo si può avere una reale percezione di cosa potesse essere la corsa rosa: era la depositaria di una fitta rete di speranze, che muovevano l’animo umano. Ridurlo a semplice manifestazione di vigore atletico è perciò una falsificazione.
 
 
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  Fausto Coppi con lo storico gregario Andrea Carrea
 
Intraprendere questa sfida sportiva era comunque un’avventura, ma il Giro del 1946 superò ogni ostacolo e fu il primo evento che riunificò l’Italia, e non solo a livello simbolico. Orio Vergani, che seguì il Giro per il Corriere scrisse: «Attraverso l’Italia con la morte al nostro fianco e la speranza davanti.». La morte erano le macerie che riportavano la memoria alla drammaticità della guerra, la speranza era la strada riaperta all’avventura ciclistica. Anche papa Pacelli, Pio XII, colse il senso umano, sociale, e politico dell’avvenimento, benedicendo la carovana rosa alla partenza della tappa Roma-Perugia. Ecco la parte finale del discorso: «Andate dunque al sole radioso d’Italia, di questa Patria di cui conoscete le native splendenti bellezze e della quale volete essere campioni degni e intrepidi. Andate, prodi corridori della corsa terrena e della corsa eterna. Vi accompagnano il nostro augurio e la nostra preghiera.». La “corsa eterna” di cui parla il papa si può legare alla metafora della vita incarnata dal ciclismo attraverso la sua immane fatica, con i suoi lontani traguardi, con la sofferenza componente che accomuna gli eroi, i campioni famosi e soprattutto i gregari. Le persone comuni stabiliscono una latente connessione con questo sport.
 
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  Fausto Coppi e Gino Bartali, nel 1953, sulle strade del Giro
 
Il 30 giugno 1946 la tappa partiva da Treviso e puntava su Trieste, città che la guerra aveva tolto all’Italia, senza assegnarla a nessuna nazione in modo preciso. Ma la corsa voleva passare ugualmente, perché Trieste era considerata manifestazione dell’italianità. Si verificarono alcuni incidenti tra estremisti jugoslavi, fedeli a Tito, e coloro che gradivano il passaggio del Giro. Ci furono colpi di fucile, lanci di pietre e la corsa si fermò a Pieris (senza classifica, tutti con lo stesso tempo). Ma la questione non si concluse così, infatti un gruppo di corridori, guidati dal triestino Giordano Cottur, andarono avanti; indossarono una maglia rosso-alabardata, la stessa della squadra di calcio, ammessa al campionato. Lo scenario cambiò improvvisamente, il pericolo cedette il passo ad una atmosfera trionfale.
 
 
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  Il Giro, Edizioni del Cordusio, Milano, 1951
 
Pochi giorni dopo, il 6 luglio, sulla prima pagina della Gazzetta comparve questo messaggio:«Da vecchio alpinista calzo gli scarponi e sono al passo Rolle a salutare i girini che portano alla mia Trento il grido appassionato della sorella in pericolo.». Firmato Alcide De Gasperi.Le strade avevano vinto e il Giro d’Italia del 1946, oltre che un grandioso evento sportivo, può essere definito, senza indulgere ad una eccessiva enfasi, il primo atto unificante del dopoguerra italiano.Un altro avvenimento, molto utile per tentare di afferrare l’importanza del ciclismo nel secondo dopoguerra italiano, è quello che riguarda l’attentato a Togliatti e il ruolo delle vittorie di Bartali al Tour de France. In questo caso il protagonista non è il Giro, ma è comunque il ciclismo e la sua influenza sul popolo italiano.Il 14 luglio 1948, alle ore 11.30, il segretario del Partito Comunista Italiano, PalmiroTogliatti, all’uscita da una seduta della Camera, in un atrio di via Missione, venne affrontato da Antonio Pallante, un giovane che gli esplose contro 3 o 4 colpi di pistola. Togliatti fu ricoverato in ospedale, lo sconcerto coinvolse tutta l’Italia. Il ministro dell’Interno Scelba raccomandò ai prefetti di vietare qualsiasi manifestazione di piazza. Alle 14.30 la Camera del Lavoro decise la sospensione immediata di ogni attività lavorativa, ma i primi scioperi operai portarono al sequestro dell’Amministratore delegato della FIAT Valletta e si verificarono gravi scontri fra polizia e dimostranti. Al termine si conteranno 14 morti e oltre 200 feriti. La tensione fu molto alta e a Roma i manifestanti cercarono di assaltare Palazzo Chigi, a Napoli i tafferugli scoppiarono in piazza Dante, a Genova venne devastata una sede del Movimento Sociale Italiano.
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  Fausto Coppi e Gino Bartali prima della partenza
 
La mattina successiva,Scelba accusò il PCI di strumentalizzare l’episodio e di volere una insurrezione civile. L’esercito programmò un’azione per liberare Valletta, ma il dirigente rifiutò ed avviò trattative private. L’Italia rischiò l’isolamento: i telefoni non funzionavano, a causa dello sciopero degli operatori, qualcuno decise di impedire il passaggio dei treni tre Bologna e Firenze, le strade furono sottoposte al presidio degli operai. Per le ore 17.30 del giorno successivo fu fissata una grande manifestazione in Piazza Duomo a Milano. Nei bar le radio diffusero bollettini simili a quelli del periodo bellico, ma ad un certo punto, alle 17.15 del 15 luglio, giunse l’informazione che Gino Bartali, pur essendo staccato di 21 minuti dalla maglia gialla Bobet, nella tappa che portava da Cannes a Briançon,aveva attaccato, staccando Bobet, poi Robic sull’Izoard ed era arrivato solo al traguardo con oltre 6 minuti sui primi inseguitori. All’annuncio dell’attentato durante il giorno di riposo a Cannes (il giorno precedente), la squadra italiana aveva deciso di ritirarsi. Ma Bartali, grazie ai messaggi inviatigli dal Papa e da De Gasperi, riuscì a convincere i compagni a proseguire. Il 15 luglio in Piazza Duomo giunse la notizia che Gino aveva staccato Bobet sul Col di Vars, poi il trionfale passaggio sull’Izoard, e la progressione sui 5 colli fino alla soglia della maglia gialla.
 
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Coppi in corsa 
 
La tensione si allentò, gli operai presero per mano gli stessi attivisti del PCI, si abbracciarono persino comunisti e democristiani, dimostranti e poliziotti, la mobilitazione scemò lentamente.Il giorno dopo, Bartali trionfò ad Aix-les-Bains e raggiunse il primato in classifica con oltre 8 minuti di vantaggio. Intanto Togliatti migliorava e lui stesso, al risveglio dopo l’intervento, chiese notizie a proposito del Tour de France e dell’alfiere italiano Gino Bartali.Entrambe queste testimonianze tratteggiano in modo chiaro lo scenario italiano e il suo rapporto con il ciclismo. Non è semplice porsi in connessione con una dimensione temporale così diversa dalla nostra contemporaneità, ma è necessario per comprendere le dinamiche storiche nazionali. L’ambito sportivo è una chiave d’accesso, spesso sottovalutata o relegata in una posizione di secondo piano, per penetrare l’atmosfera sociale di quel periodo storico. Infatti, nel dopoguerra,le persone comuni trovavano un conforto, alle loro immani fatiche quotidiane, nei proibitivi sforzi degli atleti.
 
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La capacità di sopportazione ricopre un ruolo fondamentale nel ciclismo, che proprio per questo si avvicina alla gente, soprattutto in un periodo molto difficile come quello postbellico.Inoltre l’altro elemento, in cui risiede la popolarità dello sport in bicicletta, è il fatto che le gare non siano disputate in luoghi distanti dalle persone, ma anzi si mescolino ai loro paesi, città, percorrendo proprio le loro strade. Cioè le carovane del Giro, ma non solo, gettano un raggio di sole su zone dimenticate, facendole rivivere, e permettendo al tifoso di attendere nelle proprie terre il passaggio dei suoi eroi, senza bisogno di andarli a cercare. Il rapporto si inverte, sono gli atleti che con il loro continuo peregrinare vanno ad omaggiare i sostenitori e non viceversa.Il ciclismo, in un periodo difficilissimo, si è incaricato di risollevare gli animi degli italiani e questi lo hanno ricompensato attribuendogli un ruolo molto influente nella rinascita sentimentale e umana di una nazione intera.
 
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