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Omaggio di De Gaulle a Nencini PDF Stampa E-mail
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QUEL GIORNO CHE DE GAULLE
 
RESE OMAGGIO A NENCINI

di Gianni Trivellato 
 
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Gastone Nencini in maglia rosa   
 
Gennaio 2012 - Non ci sono dubbi che calcio e ciclismo sono state realta' importanti in Italia per resserenare gli animi dopo gli orrori di una guerra fratricida. Sperando di non eccedere nella retorica vorrei definire quel passato con l'immagine di un tempo romantico, senza le tante violenze che purtropo contrassegnano i giorni d'oggi, senza i clamori di processi televisivi che, apparentemente votati a raccontare la verita' dei fatti, in realta' molto spesso accrescono le tensioni e nascondono perniciosi e deleteri interessi di parte.
 
Erano gli anni del cosidetto ''boom'' economico, con un'Italia che riscopriva la voglia di vivere, un'economia in rilancio, le gite fuori porta con la mitica ''Vespa'' o la "Seicento''.
 
In quegli anni gli italiani riscoprivano anche la voglia di andare al cinema e nelle sale venivano proiettate pellicole destinate ad eentrare nella storia della cinematografia italiana, dal ""Pane, amore e fantasia'' di Vittorio De Sica con principale protagonista Gina Lollobrigida, alla stupenda interpretazione della Loren e di Mastroianni nel film "Ieri, oggi, domani", ai film con la grande ed inimitabile Anna Magnani.
 
L'Italia di quegli anni riscopriva anche il piacere di una sana pratica sportiva, sia in prima persona che come spettatore. E riscopriva il gusto di assistere alle gare in bici e quindi di applaudire i nuovi campioni, che non erano solamente Bartali e Coppi. Una coppia che avrebbe avuto molti e validi eredi, soprattutto tra gli anni sessanta e ottanta.
 
A cominciare da quel Gastone Nencini , passato alla storia come "il leone del Mugello", vincitore di due Giri d'Italia e di un Tour edizione 1960, quando ricevette l'omaggio nientemeno che del generale Charles De Gaulle, allora presidente della Francia. Era in corso la tappa da Besancon a Troyes quando, a Colombey-Les-Deux-Eglises, la carovana si fermo' per ricevere il saluto del generale, grande appassionato di ciclismo. In particolare De Gaulle volle congratularsi con Nencini e gli strinse la mano: "Voi siete il piu' forte - gli disse - un campione per la vostra classe ma anche campione di volonta' e determinazione e quindi e' giusto che arriviate a Parigi da trionfatore". Nencini raccontera' piu' tardi a compagni di squadra e tecnici di aver fatto fatica nel riprendere a pedalare causa la grande emozione vissuta.
 
Un po' piu' avanti negli anni il ciclismo pote' contare su autentici assi delle due ruote, ancora oggi ben noti, come Gimondi, Battaglin, Motta, Moser, il francese Bernard Hinault. Di questi grandi campioni sono stati scritti fiumi di articoli e decine di libri.
 
A me piace pero' ricordare una figura meno osannata, e purtroppo in buona parte anche dimenticata: Miro Panizza. Per gli addetti ai lavori faceva parte della categoria dei gregari, ma io credo meriti in realta' un posto sul podio dei campioni, non tanto per i successi ottenuti, quanto per la sua grande volonta' e forza d'animo. Disputo' ben 18 Giri d'Italia e alcuni Tour, sfiorando nel 1986 persino la vittoria finale nella corsa rosa, mettendo in difficolta' il grande Hinault. Lo chiamavano "il ciclista brontolone" per le sue ricorrenti polemiche, quasi sempre giustificate, come quando nella tappa del Giro del 1967 che porto' la carovana alle Tre Cime di Lavaredo, giunse quarto alle spalle del vincitore Gimondi, di Merckx e di Motta.
 
C'era gia' la televisione in diretta e mostro' le clamorose spinte di cui poterono beneficiare i primi tre arrivati. Panizza, che era comunque un buon scalatore, giunse invece al traguardo dovendo contare solamente sulle proprie gambe. Scoppio' uno scandalo e Sergio Zavoli, che allora conduceva la trasmissione "Processo alla tappa", chiese a Torriani di annullare la frazione. Cosi' avvenne, nonostante in molti ritenessero piu' giusto penalizzare i tre campioni e assegnare la vittoria a Panizza. Le cui proteste e le cui recriminazioni valsero ben poco. In un ciclismo moderno come quello dei nostri giorni, troppo spesso viziato di protagonismo e di vittimismo, io vado in cerca di un Panizza contemporaneo. Ma inutilmente.
 
Non ci sono dubbi che gli anni ottanta e novanta del secolo scorso hanno regalato al ciclismo italiano autentici campioni del pedale in grado di competere alla pari con i piu' celebri assi stranieri. Un capitolo a parte merita Francesco Moser, ma qui io vorrei ricordare soprattutto Moreno Argentin e Mario Cipollini. Argentin, veneto puro sangue di San Dona' di Piave, e' stato campione sulla strada ma anche di modestia e grande professionalita'.
 
Non ha avuto certamente vita facile dovendo competere con gente del calibro di Stephen Roche, di Kelly, Fignon, lo stesso Moser, e pur essendo prevalentemente un corridore dalle corse di un giorno, e' riuscito a competere egregiamente anche al Giro conquistando piu' volte la maglia rosa, pronto a mettersi al servizio della squadra per favorire la vittoria di un compagno. Tra i suoi successi brillano in particolar modo i quattro bersagli messi a segno nella Liegi-Bastogne-Liegi e, ciliegina sulla torta, un campionato del mondo nel 1986. Modesto, uomo amante della vita semplice e dal marchio quasi paesano, Argentin si potrebbe definire l'esatto contrario del toscano Mario Cipollini, un corridore-personaggio che negli anni della sua carriera ciclistica e' riuscito a dividere la sua immagine a meta' tra le prime pagine dei giornali sportivi e quelle delle riviste patinate, in particolare quelle femminili.
 
Campione in sella ad una bici, dotato di una grande vis polemica, Cipollini piaceva anche molto alle donne, e d'altra parte vantando un fisico atletico con un volto da divo non poteva essere diversamente. Eppure quando si trattava di dedicarsi alla sua professione di corridore Cipollini non si e' mai risparmiato in fatto di sacrifici e rinunce. Soprannominato "Re Leone" e' stato senza dubbio il principe degli sprinter italiani totalizzando tra corse in linea e a tappe ben 181 successi. Non solo: ma e' riuscito a conquistare il titolo iridato alla bella eta' di 35 anni! La sua e' stata senza dubbio una limpida carriera lontana da ogni sospetto di utilizzo di sostanze proibite di qualsiasi genere. Il che vale ancor di piu' oggi quando per vincere si cede purtroppo spesso a certe malandrine tentazioni... (continua)
 
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